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Diana Letizia

L’eterno abbraccio: la prima sepoltura omosessuale mai scoperta
A volte l'archeologia non riporta alla luce soltanto ossa e reperti. A volte riporta alla luce domande. È ciò che sta accadendo a Opole, nel sud della Polonia, dove un gruppo di archeologi ha scoperto una delle sepolture medievali più enigmatiche degli ultimi anni: due donne deposte nella stessa tomba, in una posizione che richiama un abbraccio, accanto alle mura della Cattedrale dell'Esaltazione della Santa Croce, uno dei luoghi religiosi più importanti della città.
La scoperta è avvenuta durante una campagna di scavi condotta tra il 2022 e il 2023 nell'area della cattedrale, fondata nel XIII secolo dal principe Casimiro I di Opole. Fin dall'inizio, la disposizione dei corpi ha attirato l'attenzione degli studiosi. Una delle due donne era stata sepolta secondo il rito cristiano tradizionale, sdraiata sulla schiena. L'altra giaceva sul fianco, con un braccio disposto sotto il corpo della compagna di sepoltura. Una posizione tanto insolita da spingere gli archeologi a soprannominare il ritrovamento "gli scheletri che si abbracciano".

Per anni si è pensato che potessero essere un uomo e una donna, forse una coppia. Ma le analisi del DNA antico hanno raccontato una storia diversa. Entrambi gli individui erano donne e, soprattutto, non avevano alcun rapporto di parentela stretta. Non erano sorelle, non erano madre e figlia, non erano cugine. Il risultato ha portato gli studiosi a definire il ritrovamento come il primo caso geneticamente confermato di sepoltura doppia tra persone dello stesso sesso nell'Europa medievale polacca.
È a questo punto che la scoperta smette di essere soltanto archeologia e diventa una riflessione più ampia sul modo in cui interpretiamo il passato.
La domanda che tutti si pongono è inevitabile: chi erano queste due donne? Erano semplicemente amiche? Facevano parte della stessa comunità religiosa? Condividevano un legame spirituale o familiare non basato sul sangue? Oppure erano qualcosa di più?
La verità è che nessuno può dirlo con certezza. Il DNA può stabilire il sesso biologico e il grado di parentela, ma non può raccontare i sentimenti. Nessuna analisi genetica è in grado di stabilire se due persone si amassero. Eppure la disposizione dei corpi, la scelta di seppellirle insieme e il luogo stesso della sepoltura rendono difficile ignorare l'ipotesi di un rapporto particolarmente profondo.
Ciò che rende il caso ancora più affascinante è il contesto storico. Nel Medioevo cristiano le relazioni omosessuali erano generalmente condannate dalle autorità religiose e civili. Se davvero le due donne fossero state percepite come una coppia, difficilmente avrebbero ricevuto una sepoltura privilegiata accanto a una delle chiese più importanti della regione. Proprio questo elemento spinge alcuni ricercatori a invitare alla prudenza. Potrebbe trattarsi di un legame affettivo che sfugge alle categorie moderne. Potrebbero essere state compagne di vita, ma anche sorelle spirituali, benefattrici della chiesa o membri di una stessa istituzione religiosa.
Eppure esiste un altro rischio, opposto ma altrettanto significativo: quello di escludere a priori la possibilità di una relazione amorosa semplicemente perché si tratta di due donne. Per secoli, storici e archeologi hanno interpretato automaticamente molte sepolture condivise come tombe di coniugi eterosessuali, anche in assenza di prove concrete. Oggi la ricerca invita a un approccio più aperto, capace di riconoscere che le relazioni umane del passato erano probabilmente molto più complesse di quanto immaginiamo.
Forse non sapremo mai se queste due donne fossero amanti. Forse il loro segreto è destinato a rimanere sotto la terra che le ha custodite per ottocento anni. Ma proprio questa incertezza rappresenta il valore più grande della scoperta. Gli "scheletri che si abbracciano" di Opole ci ricordano che la storia non è fatta soltanto di sovrani, guerre e battaglie. È fatta anche di affetti, di legami e di persone comuni.
Qualunque fosse la natura del loro rapporto, qualcuno, otto secoli fa, decise che quelle due donne dovessero restare insieme per l'eternità. Ed è questo gesto, più di ogni analisi genetica, a continuare ancora oggi a interrogare la nostra idea di amore, amicizia e appartenenza.
Studio scientifico originale:
Journal of Archaeological Science: Reports – Ancient DNA analysis sheds light on two individuals buried in a mutual embrace at the Exaltation of the Holy Cross Cathedral in Opole, Poland
Diana Letizia

Morti di lavoro
A un terzo del mese i numeri di giugno sono disastrosi: 42 morti, per una media di 4,2 vittime al giorno. Nel 33,3% dei casi (14) si tratta di lavoratori stranieri. Quindici vittime (35,7%) avevano meno di 30 anni.
Francesco Dergano, 23enne di Marcianise (Caserta), dipendente di una ditta che manutiene e ripara carrelli elevatori, si è spento nella serata di mercoledì 10 giugno al Cardarelli di Napoli. Era ricoverato da venerdì 5, giorno in cui era stato travolto da un muletto in riparazione a Trentola Ducenta (Caserta). Dopo un delicato intervento era scattata la mobilitazione di Marcianise con veglie di preghiera sia in paese che davanti all’ospedale. La notizia della morte ha ridotto tutti al silenzio.
Alessandro Ferrari, 25enne di Leca di Albenga (Savona), autotrasportatore, è morto mercoledì 10 giugno in un incidente stradale sulla sp 60 a Lesegno (Cuneo). Alla guida di un camion carico di massi da argine ha perso il controllo e si è ribaltato fuori strada. Parte del carico si è rovesciata sull’asfalto travolgendo un’auto di passaggio. Sono morti sul colpo sia Alessandro Ferrari che l’automobilista alla guida della vettura.
Vincenzo Cinalli, 71enne di Atessa (Chieti), sposato, due figli, imprenditore agricolo, è morto nel tardo pomeriggio di martedì 9 giugno ribaltandosi con il trattore mentre percorreva una strada interpoderale dissestata. La macchina è rotolata lungo una piccola scarpata e Cinalli ne è stato travolto. Quando è scattato l’allarme per il mancato rientro era troppo tardi. Il padre dell’imprenditore era morto nella stessa zona in circostanze simili.
Shakib Kazi, 48enne del Bangladesh, carrellista di una cooperativa che gestisce il deposito San Benedetto a Scorzè (Venezia), è morto martedì 9 giugno per un malore che lo ha colpito durante le operazioni di magazzinaggio. Kazi si è accasciato sul mezzo di lavoro e non si è più ripreso. Per quel giorno la piattaforma Worklimate indicava un livello di allerta moderato. Il Veneto non ha adottato ordinanze contro il rischio calore ma solo linee guida affidate al buon senso.
Clavio Maramao, 61enne di Veroli (Frosinone), sposato, due figli, autista della Verolana Euroservizi, è morto in un incidente stradale avvenuto alle 6,30 di mercoledì 10 giugno a Morolo mentre andava a prendere servizio. Al volante di una 500 si è scontrato frontalmente con un autotreno carico di materiali di risulta ed è morto sul colpo.
Romeo Mihail Ivana, autotrasportatore romeno di 53 anni, è morto venerdì 5 giugno nella cabina del tir a Faenza (Ravenna). A lanciare l’allarme alcuni operai che avevano notato il mezzo fermo da ore con il motore acceso. I vigili del fuoco hanno scardinato uno sportello e trovato il lavoratore privo di vita.
Piero Santonastaso
Se l’IA aumenta il gender gap
Uno studio rileva che l’uso dell’intelligenza artificiale è molto più diffuso tra gli uomini che tra le donne. E può ridurre soprattutto l’occupazione femminile
Ha le fattezze di una donna il primo ministro virtuale di un governo: si chiama Diella, sorride e veste abiti tradizionali, si occupa di corruzione degli appalti pubblici in Albania. È interamente creato e gestito da un bot, ma questo è ironicamente l'unico, o il più visibile, primato femminile per quanto riguarda l'IA. La battaglia sulle Stem, che pure ha visto un significativo aumento delle studentesse ma una diminuzione delle lavoratrici nel campo, si sta spostando infatti sulla programmazione e sull'uso di sistemi informatici generativi. E i dati non sono dei più confortanti. L'analisi della Bank for International Settlements certifica che nel 2024 negli Usa l'IA generativa era già usata dal 50% degli uomini ma solo dal 37% delle donne. D'altra parte secondo il World Economic Forum, le donne rappresentano appena il 22% dei professionisti dell’IA a livello globale, il 18% dei relatori nelle principali conferenze e un trascurabile 13,83% degli autori di pubblicazioni. Il nostro Paese è più o meno in linea con il resto d'Europa ma secondo gli ultimi dati Unesco nelle materie Stem è ferma al 34% la quota delle donne coinvolte, si scende al 26 nelle attività direttamente legate all’utilizzo dell’IA e si tocca il 22% nella sua programmazione. Oltre a questi dati impietosi, il futuro non appare rose e fiori, neanche fossero mimose dell'8 marzo.
Il rischio
L'impatto dell'intelligenza artificiale sul mondo del lavoro è deflagrante e lo è ancora di più per le donne. L'ultimo rapporto ILO - International Labour Organization datato 5 marzo, dopo un'analisi su 84 Paesi, sottolinea che «le conseguenze dell'IA non saranno gender neutral. E anzi, se non si interviene, aumenterà la disuguaglianza tra donne e uomini su lavoro, leadership e stipendi. Già ora le lavoratrici hanno un rischio doppio (29%) di essere licenziate per l'avvento dell'intelligenza artificiale rispetto agli uomini». E i licenziamenti sono già iniziati: il primo avvalorato da una sentenza del Tribunale di Roma riguarda una graphic designer di una società di cybersicurezza. Ma perché le donne? Su questo sia Ilo che McKinsey Global Institute sono chiari: perché sono la maggioranza in lavori di routine a rischio automazione quali il settore amministrativo, impiegatizio e dei servizi. Non solo: a livello dirigenziale e di senior management il soffitto hi-tech si è fatto di duro tek e molte dirigenti e manager preferiscono lasciare il lavoro. Bene. Asciugate le lacrime, pare chiaro che senza un’azione consapevole su formazione e inclusione, il gender gap dal passato arriverà direttamente nel futuro.
Così c'è chi invita a cambiare modello. «Dobbiamo stremare l'IA, usarla come un prodotto qual è, fino a far risaltare il nostro lavoro - sostiene Stefania Bandini, 40 anni di studi alle spalle sull'Intelligenza Artificiale, responsabile del Dipartimento di Informatica, sistemistica e comunicazione all'Università Bicocca di Milano, da 10 anni professoressa anche all'Università di Tokyo - Siamo ancora in una fase da ragazzini, quasi ci giochiamo e invece dobbiamo superare questa soglia psicologica oltrepassando la logica da parola chiave a prompt. Gender gap? Esistono dei Bias di auto-apprendimento che riflettono la nostra società. Ma alle donne dico: datevi da fare, provate, siate competitive e fate fruttare l'IA per i vostri scopi».
Rilancia Sara Bonfioli, Chief Revenue Officer di Talent Garden, la principale digital skills academy in Europa. «Invece di vedere l'IA come un rischio, pensiamola come un'opportunità. Il pensiero critico è una caratteristica femminile: se ci scrolliamo di dosso lo stereotipo che la tecnologia è per forza maschile, possiamo fare dell'IA una leva per l'empowerment. La soluzione non è fermare la tecnologia, ma una campagna a tappeto di alfabetizzazione. Istruire, verificare e applicare, anche con l'intelligenza emotiva, sono doti che appartengono alle donne. Ci vogliono più donne, più preparate, più capaci di usare l'IA non solo per progredire nel lavoro ma anche per organizzare meglio la propria vita privata lasciando operazioni ripetitive alla stessa IA. Una sfida per tutte». E qui c'è un ostacolo psicologico grande quanto una casa: la sindrome dell'impostore che attanaglia tante donne, che, se non sono preparate al cento per cento, non si muovono.
Gli appelli
Così si moltiplicano gli appelli alle lavoratrici per farsi avanti. Lo ha fatto dalla Gran Bretagna Sheila Flavell, ceo di FDM Group, che ha invitato proprio le dipendenti ad abbandonare percorsi tradizionali. E lo ha ripetuto da Singapore Quinny Lei, vicepresidente Business Technologies Solution di StarHub: «L'IA non è una tecnologia di genere ma di fiducia. Mentre gli uomini sono già lì che smanettano senza competenze, le donne invece attendono. Forza! C'è bisogno di partecipazione, non di perfezione». La riprova su LinkedIn: le donne sono il 35% di chi indica l'IA tra le proprie competenze, percentuale più che doppia tra gli uomini che spesso trasformano i cambiamenti tecnologici in un'accelerazione di carriera. Converrà ricordarlo mentre aggiorniamo il nostro curriculum, per non diventare colleghe di Diella: delle lavoratrici virtuali.
Alessandra Spinelli
Underdog: il podcast sulla relazione uomo-cane
Underdog nasce per dare voce a chi è stato a lungo sottovalutato: il cane.
Non è un podcast sull'addestramento, ma sulla relazione. Un viaggio attraverso emozioni, comportamento e cognizione per imparare a guardare il mondo ad altezza di cane e scoprire che, spesso, sono loro ad avere qualcosa da insegnare a noi.

UNDERDOG
Il segreto dell'underdog

