SCARTA legge il presente come una superficie instabile, dove ciò che emerge in primo piano dice sempre qualcosa anche di ciò che resta ai margini. Non una rassegna di notizie, ma un attraversamento: delle parole, dei corpi, dei conflitti che definiscono il nostro tempo senza mai esaurirlo.

Il ritorno di Madonna sulle scene riapre una tensione mai risolta: quella tra età e legittimità pubblica, tra visibilità e giudizio. Il corpo femminile continua a essere letto come un campo di autorizzazione, come se il tempo dovesse giustificare o limitare la presenza, invece che attraversarla.

Uno sguardo si sposta poi sul lavoro e sulle sue morti, a partire dal racconto del sociologo che rilegge la tragedia dei cinque braccianti carbonizzati nel quadro più ampio del caporalato e delle sue geometrie invisibili. Non episodi isolati, ma strutture che si ripetono.

In questo stesso presente si incrociano generazioni diverse, che non si succedono più in modo lineare ma convivono in sovrapposizione: linguaggi, aspettative e fragilità che si intrecciano e si deformano a vicenda.

La storia di Luigi, volontario storico e figura legata all’animalismo, apre invece uno spazio più personale e continuo, dove l’impegno diventa pratica quotidiana e durata, più che evento.

Il commento di questa giornata è a cura della redazione di Scarta: si tratta di un pensiero che ribadisce il senso della nostra esistenza che sentiamo necessario fare ora che il “viaggio” è appena iniziato.

La rassegna Scartata raccoglie ciò che resta ai bordi del flusso principale: articoli che non inseguono necessariamente l’urgenza, ma che aiutano a leggere meglio la forma complessiva di ciò che accade.

Dentro questi cinque attraversamenti del presente, la lettura completa dei contenuti diventa il passo successivo: entra nella newsletter e attraversa con noi le storie di oggi. →

Il corpo fuori tempo: perché il ritorno di Madonna dice più su di noi che su di lei

Il ritorno di Madonna sul palco ha riattivato un riflesso ormai prevedibile: non tanto l’analisi della performance, quanto la sorveglianza del suo corpo. L’età, più che un dato biologico, viene trattata come una soglia morale. E quando una donna supera quella soglia senza ritirarsi dal campo visivo pubblico, il discorso si irrigidisce: diventa giudizio.

La dinamica è sempre la stessa, e non riguarda la musica. Riguarda la legittimità della presenza. Madonna viene descritta come “fuori tempo”, “inappropriata”, “eccessiva”, come se l’eccesso non fosse da sempre la grammatica della sua estetica. La critica si sposta rapidamente dall’opera al corpo, e dal corpo all’età, fino a trasformare la discussione culturale in un tribunale anagrafico.

Negli ultimi giorni, molte reazioni sui social hanno insistito su questo punto: il suo essere “troppo vecchia per…”. Troppo vecchia per ballare, per mostrarsi, per occupare lo spazio scenico con la stessa intensità di sempre. È un linguaggio che non descrive, ma prescrive. Non analizza, ma delimita. E rivela più su chi lo usa che sull’artista a cui si riferisce.

Una parte della stampa internazionale ha letto questo ritorno in modo opposto. Alcuni osservatori hanno sottolineato come la sua presenza continui a essere un dispositivo culturale più che una semplice performance pop: non un corpo “che resiste al tempo”, ma un corpo che smonta l’idea stessa di tempo come criterio di valore. In questa lettura, Madonna non è “in ritardo”, ma fuori scala rispetto alle aspettative lineari con cui si misura la carriera femminile nello spettacolo.

Il punto non è difendere Madonna come icona intoccabile, né celebrarne automaticamente ogni scelta. Il punto è riconoscere il meccanismo: l’età applicata alle donne nello spazio pubblico funziona come una tecnologia di riduzione. Per gli uomini, l’invecchiamento è spesso narrato come accumulo di autorevolezza. Per le donne, come perdita di autorizzazione.

Questo doppio standard non è nuovo, ma continua a produrre effetti concreti nel modo in cui si parla di cultura pop, di performance, di visibilità. Ed è proprio qui che il caso Madonna diventa utile: non perché eccezionale, ma perché estremamente riconoscibile.

Guardare il dibattito senza questo filtro significa restare dentro una grammatica povera, dove il tempo diventa un argomento contro qualcuno invece che una dimensione condivisa. E in quella grammatica, più che Madonna, a risultare fuori tempo è il modo in cui continuiamo a parlare delle donne quando non scompaiono in silenzio

“Non un incidente, ma un sistema: cosa rivela la morte dei lavoratori migranti tra sfruttamento e invisibilità”

In un recente episodio di cronaca, la morte di alcuni lavoratori migranti rimasti carbonizzati all’interno di un’auto ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema delle condizioni di vita e lavoro delle persone straniere impiegate nei circuiti più opachi dell’economia agricola e informale. Le circostanze, ancora oggetto di accertamento, si inseriscono in un contesto più ampio in cui sfruttamento, irregolarità e invisibilità sociale tendono a sovrapporsi.

Per leggere questo caso oltre la dimensione emergenziale, abbiamo interpellato un esperto di diritto dell’immigrazione e diritti umani, docente universitario e consulente per organizzazioni internazionali impegnate nella tutela dei lavoratori migranti.

Intervista a Marco De Santis, giurista e studioso di politiche migratorie

D. Professore, ogni volta che accade una tragedia di questo tipo si parla di “emergenza”. È una definizione corretta?
R. No, ed è proprio qui il primo problema. Parlare di emergenza suggerisce un evento eccezionale, mentre siamo di fronte a un fenomeno strutturale. Il lavoro migrante in molti settori è incorporato dentro catene di sfruttamento che funzionano da anni con dinamiche ricorrenti: intermediazione illegale, ricatto abitativo, assenza di tutele. L’emergenza è semmai comunicativa, non sociale.

D. Qual è il legame tra questi episodi estremi e il sistema del caporalato?
R. Il caporalato non è solo una figura criminale, è un’infrastruttura economica. Organizza manodopera, tempi, salari e spesso anche la mobilità fisica dei lavoratori. In questo senso, le morti non sono mai completamente “incidentali”: sono il punto estremo di un continuum di esposizione al rischio e alla precarietà.

D. Perché è così difficile prevenire questi eventi?
R. Perché la prevenzione richiede visibilità, e qui la visibilità è sistematicamente negata. Molti lavoratori migranti vivono e lavorano in condizioni di semi-informalità, quando non di totale irregolarità. Questo li rende difficili da raggiungere per le istituzioni e al tempo stesso facilmente sostituibili per il mercato.

D. Nel dibattito pubblico si tende spesso a personalizzare queste tragedie. È un errore?
R. È un errore analitico. La personalizzazione produce empatia immediata ma impedisce di vedere le cause strutturali. Si parla del singolo caso, del singolo dramma, ma si evita di interrogare il sistema che lo rende possibile. E così il ciclo si ripete.

D. Cosa dovrebbe cambiare per interrompere questa ripetizione?
R. Serve un cambio di paradigma: considerare il lavoro migrante non come residuo marginale del sistema produttivo, ma come sua componente centrale. Questo significa rafforzare controlli, regolarizzazione effettiva, accesso alla casa e soprattutto responsabilità lungo tutta la filiera. Finché il costo sociale resta invisibile, continuerà a essere scaricato sui corpi più fragili.

Il paese delle 8 generazioni

Per la prima volta nella storia convivono in Italia età molto diverse tra loro. «Opportunità straordinaria»

Isabella Pierantoni

Un altro futuro è possibile. Nel mondo dove si stanno sgretolando tutte le tradizionali certezze, dove i megatrend della demografia (crescita zero in Occidente e forte natalità nel resto del mondo) e il trionfo della longevità sparigliano le carte sociali, e dove le culture mischiate dalla globalizzazione fanno i conti con la super tecnologia che abbiamo istruito e ora punta a sostituirci, converrà cambiare paradigma. Nuove idee possono nascere da un fatto clamoroso. Lo indica Isabella Pierantoni, sociologa, fondatrice di Generation Mover, futurista, tra le maggiori esperte italiane ed europee di analisi generazionale, nel suo saggio "Il secolo delle generazioni" (Il Mulino, 264 pagine, 20 euro): «Per la prima volta nella storia convivono insieme ben otto generazioni e ben cinque di queste possono trovarsi fianco a fianco in alcuni ambiti lavorativi».

Così si va dai Founder, gli ultracentenari che ancora hanno qualcosa da insegnarci, ai Silent, quelli che hanno ricostruito i Paesi dopo la Seconda Guerra mondiale; dai Baby Boomer, al comando per decenni nel segno dell'ottimismo, alla Generazione X e ai Millennial che si sono trovati con la prima rivoluzione hi-tech mondiale; dalla Gen Z che ha vissuto Torri Gemelle e crisi economica alla Generazione Alpha che ha attraversato il Covid, per arrivare alla neonata Generazione Beta, quella che nel 2100, tra 80 anni sarà alla guida dei Paesi. Periodi diversi, esperienze diverse, parole diverse e un futuro unico, da costruire insieme proprio grazie a questo capitale multigenerazionale.

L'ERA DEI CONFLITTI GENERAZIONALI CEDE IL PASSO A QUELLA DELLA COOPERAZIONE. PIERANTONI: VANTAGGI DALLA DIVERSITÀ

Qualche numero. Nel 2022 l'umanità ha toccato quota 8 miliardi, nel 2037 raggiungeremo secondo l'Onu i 9 miliardi con l'India primo motore demografico. Secondo la Bank of America l'89% della GenZ vive nei Paesi emergenti mentre la longevità in Occidente è diventata un cardine sociale: siamo passati dall'aspettativa di vita globale di 47,8 anni nel 1950 ai 73,5 nel 2024. E nel 2018 per la prima volta gli over 65 hanno superato i bambini di 5 anni. L'Europa è il continente, e l'Italia è il Paese record, dove mentre la curva delle culle corre verso lo zero, gli over non solo vivono più a lungo, ma lavorano o tornano al lavoro dopo la pensione, guidano imprese, governano. Per esempio nella PA il 40% dei lavoratori ha tra i 50 e i 59 anni, mentre in 13 anni, dal 2010 al 2023, 550mila giovani hanno lasciato l'Italia, una fuga da 134 miliardi di euro. Brilla così la Silver economy anche se, secondo l'AIPB, entro il 2028 ci sarà un forte cambio di capitale con Millennial e GenZ che erediteranno fino a fino a 200 miliardi di euro, in Italia fino a 20 miliardi.

L'OPPORTUNITÀ

«Abbiamo un'opportunità straordinaria - racconta la studiosa che è nata cuspide da Boomer e Gen X - riconoscere le singole peculiarità e farle incontrare proprio in questo momento così delicato dove il futuro appare incerto e la prima tentazione è quella di rivolgersi alle certezze del passato. Ma se il conflitto generazionale è un errore diagnostico perché non sappiamo riconoscere il valore, anche economico della diversity, quello di guardare indietro è un errore storico perché il passato non sarà mai lo stesso presente».

La teoria multigenerazionale, questa la tesi di fondo, è un valido strumento di lavoro: una volta comprese le diverse radici - soprattutto quegli eventi che ci hanno formato collettivamente negli anni dell'adolescenza tipo lo sbarco sulla Luna, il Covid, o l'IA - le prospettive e competenze di ogni singola generazione, si possono costruire ponti per raggiungere risultati straordinari. Un esempio: in Giappone il salto di qualità dei robot umanoidi fu quando questi vennero fatti interfacciare con gli anziani e i loro bisogni. Certo non è facile. Facciamo un altro esempio. In Italia sono in attività oltre 4 milioni di Baby Boomer che hanno fatto del lavoro il cardine di vita, una vera passione tra competizione e successi. La Gen X, la cosiddetta generazione Sandwich, ma soprattutto i Millennial hanno invece il work balance; la globalizzazione e l'innovazione tecnologica hanno indicato loro la via per riscrivere le regole. Ancora di più la Gen Z, ovvero gli iperconnessi e Incert. Parlarsi e fissare obiettivi comuni non è semplice, non comprendere le radici e i linguaggi diversi è un autogol sociale e lavorativo.

Le otto generazioni

(Totale / Maschi / Femmine)

Fonte: Elaborazione su dati Istat (2025) - Withub

  • Gen. Beta: 0 0 0

  • Gen. Alpha: Totale 7.767.212 | Maschi 3.995.734 | Femmine 3.771.478

  • Gen. Z: Totale 8.920.921 | Maschi 4.654.358 | Femmine 4.266.563 (Nota: il dato delle femmine è parzialmente coperto ma deducibile)

  • Gen. Y: Totale 10.444.472 | Maschi 5.269.745 | Femmine 5.174.727

  • Gen. X: Totale 14.104.666 | Maschi 6.960.926 | Femmine 7.143.740

  • Boomer: Totale 13.190.837 | Maschi 6.218.089 | Femmine 6.972.089

  • Silent: Totale 4.521.911 | Maschi 1.744.276 | Femmine 2.777.635

  • Founder: Totale 21.211 | Maschi 3.600 | Femmine 17.611

Il confronto

(Gen. Alpha / Gen. Z / Gen. Y / Gen. X / Boomer / Mature)

Fonte: Elaborazione su dati Istat (2025) - Withub

  • Mondo: 25% | 23% | 21% | 17% | 12% | 2%

  • Europa: 15% | 16% | 20% | 21% | 22% | 6%

  • Italia: 12% | 15% | 17% | 24% | 24% | 8%

Il calo demografico

Fonte: Elaborazione su dati Istat (2024) - Withub

  • 2010: 60.626.442

  • 2020: 59.236.213 (-2%)

  • 2030: 58.558.680 (-3%)

  • 2040: 57.018.231 (-6%)

  • 2050: 54.818.130 (-10%)

  • 2060: 51.562.962 (-15%)

  • 2070: 48.343.247 (-20%)

  • 2080: 46.067.470 (-24%)

Le generazioni

  • Founder Generation: (nati fino al 1924), cresciuti in un'Italia rurale e povera, segnata dall'emigrazione e dalle Due guerre. Vivono 21mila. Parola chiave: sopravvivenza

  • Silent Generation: (1925-1945): infanzia sotto il Fascismo e la Guerra Mondiale. Parola chiave: obbedienza. Oltre 4 milioni di persone.

  • Baby Boomer: (1946-1964): nati durante il boom economico, sono circa 13 milioni. Hanno avuto accesso all'istruzione di massa, vissuto l'espansione dei consumi e conquistato un solido benessere materiale. Parola chiave: ottimismo

  • Generation X: (1965-1979): segnata dall'incertezza. Ha conosciuto la crisi energetica, l'Aids, l'austerity e l'instabilità lavorativa. Parola chiave: pragmatismo

  • Millennial: (1980-1994): crescono tra analogico e digitale con meno certezze economiche. Parola chiave: work balance

  • Generation Z: (1995-2009): in un mondo segnato da crisi economiche globali, pandemia e instabilità. Parola chiave: iperconnessione

  • Alpha Generation: (2010-2024): nativi digitali parlano con Alexa, imparano su YouTube tra algoritmi e realtà aumentata. In Italia sono 7,8 milioni, di cui quasi un milione figli di immigrati. Parola chiave: ansia

  • Beta Generation: (2025-2039): appena nata; in Italia l'11% dei bambini ha almeno un genitore straniero. Parola chiave: IA

Alessandra Spinelli

La storia di Luigi, una vita per i cani e i gatti di nessuno: “Amateli: non c’è giustificazione all’abbandono”


Gli occhi celesti puntati verso il verde degli alberi, circondato dai suoi cani all'ombra fresca del tramonto di un inizio di giugno finalmente clemente in una Napoli dove il caldo è arrivato più tardi quest'anno.

Inizia lentamente a parlare di sé Luigi Carrozzo, figura simbolo dell'attivismo animalista non solo in Campania ma in tutt'Italia. Poi si mette a suo agio, le sue parole diventano così una narrazione unica di una persona il cui nome è noto nel Belpaese come figura di riferimento da praticamente più di cinquant'anni di un universo fatto di storie di umani e quattro zampe che si sono intrecciate da Sud a Nord. Di lui, del resto, potete chiedere anche a Maria De Filippi o a Selvaggia Lucarelli: due volti noti che hanno adottato rispettivamente un cane e un gatto dal suo rifugio "L'emozione non ha voce" che sorge nella zona di Santa Croce, nella parte settentrionale di Partenope.



Come è iniziato tutto?
Eravamo sei fratelli e vivevamo in centro storico. Della mia infanzia ricordo sin da piccolissimo come mia madre ci ha insegnato il rispetto per gli animali di strada. Andavo con lei a dare soccorso a creature in difficoltà ma soprattutto scoprivo la bellezza di una comunità di persone che convivevano quotidianamente con quelli che oggi vengono chiamati "cani di quartiere" e che all'epoca erano gli animali di tutti.

E' un interesse e una passione che nasce dall’infanzia, anche mio padre accettava la presenza di cani e gatti nella grande casa con giardino dove abitavamo. Mia madre, impiegata comunale, era conosciuta per la sua dedizione agli animali e per aiutare i vicini anche con problemi legati alle tasse: gli dava una mano a compilare i moduli. Negli anni ’80 ho iniziato l'attività sul campo: lavoravo attivamente per la protezione degli animali, collaborando con altri volontari e affrontando sfide di ogni tipo per la tutela dei cani in particolare.


Che tempi erano?

Posso raccontare lo spaccato di un Paese attraverso ciò che ho vissuto insieme ad altri amici nel costante tentativo di far emergere una cultura animalista, lì dove questo termine oggi ha assunto quasi un significato negativo. Quando abbiamo iniziato ad aiutare gli animali in difficoltà non c'erano piattaforme social, ovviamente, e poco si parlava in generale del benessere delle altre specie viventi.  Negli anni ’80 l’attivismo per i diritti animali si è sviluppato, almeno qui a Napoli, grazie proprio al nostro intento di far emergere le storie che c'erano dietro e lo abbiamo fatto coinvolgendo i media e andando in strada con i banchetti per le adozioni.

Il punto di rottura per me, quello in cui finalmente ho ritenuto fosse arrivato il momento di far emergere l'esigenza di considerare lo status del cane e anche del gatto come animale familiare, è culminato nel 1990 con il ritrovamento di una cagna incinta e il mio coinvolgimento in un caso di furto di cani.

Nel 2000, poi, sono arrivato qui nella zona di Santa Croce dove ho affittato un terreno per ospitare i cani recuperati, consolidando l’attività di cura e istituzionalizzando i percorsi di adozione responsabile.

Una vita interamente dedicata alla causa animale. Com'è stata "l'Italia dei cani" da questo punto di vista?

Io sono nato nel '53 e come tutti quelli della mia epoca abbiamo vissuto anni in cui la convivenza con i cani cosiddetti randagi era normale. Negli anni 70, ad esempio, non ho ricordi di branchi così come ancora ci sono oggi in molte città del sud. Dal 1991 al 1996, il numero di cani liberi a Napoli aumentò, con l'approvazione della Legge Quadro del '91 che vietò finalmente l'eutanasia, facendo sì però che in assenza di campagne di sterilizzazione all'epoca, e in fondo ancora oggi, il numero aumentasse soprattutto nelle periferie.

C'è stato però il passaggio da una fase orribile in cui gli animali venivano accalappiati e uccisi con il gas fino alla creazione dei canili che però si sono tramutati nella maggioranza dei casi in luoghi senza speranza per gli animali reclusi. Nel 1998, poi, feci qualcosa di diverso e unico a livello nazionale: introdussi la prima ambulanza per soccorsi veterinari, successivamente sostituita da un veicolo comunale nel 2000.

Ne sono successe tante di cose nel corso di tutti questi anni ma ciò che ho sempre notato è che le persone, se educate e responsabilizzate, rispondono bene e vedono gli animali in modo diverso se si sa come parlargli e fargli capire che c'è bisogno di cura ma anche di rispetto.

Effettivamente hai avuto e hai a che fare con varie tipologie di persone, da chi maltratta a chi "salva a tutti i costi"…

Il mondo del volontariato animalista è molto variegato. Ci sono alcuni che lo fanno per compensare delle proprie mancanze e spesso si confonde la cura dell'altro con quella che è una propria necessità di svolgere una funzione salvifica che non bada poi al vero benessere del cane o del gatto. Ci sono poi le persone che si danno realmente da fare, che sanno di cosa c'è bisogno e quando davvero è il caso di intervenire.

Dal punto di vista dei maltrattamenti, sì, ho visto di tutto: dai cani tenuti perennemente a catena e lasciati a loro stessi fino ad orribili abusi. Ma pur considerando che sono tantissimi gli animali oggetto di violenza tanti hanno trovato poi una famiglia, lì dove accanto all'adozione c'è stato un percorso di consapevolezza e non una scelta basata sull'istinto di voler "salvare".

Ho sempre accompagnato gli animali durante il cammino di conoscenza dei loro nuovi proprietari, attraverso anche il supporto di educatori e istruttori cinofili che mi hanno dato una mano per rendere i cani che ospitavo e che ospito adottabili e pronti a vite complesse, quelle che noi umani svolgiamo soprattutto nelle città.

Le adozioni sono spesso conseguenza positiva di un fenomeno negativo e mai in calo: l'abbandono

L’abbandono degli animali è un problema complesso che richiede un approccio preventivo, non punitivo. Dopo tanti anni di attività sono dell'idea che sia necessario ancora un controllo preventivo della popolazione animale, attraverso la sterilizzazione, e la promozione di leggi che favoriscano la prevenzione come percorsi obbligatori per l’adozione fatti però con criterio, E non con patentini che non badano alla complessità dell'individualità del cane e offrono test inutili che riguardano il "qui ed ora". Servono strumenti che incidano su colui il quale deve essere veramente educato: l'essere umano. Inoltre, è necessario rivedere le normative sui canili e rifugi, stabilendo standard nazionali e regionali chiari per la gestione e il benessere degli animali.

C'è però una cosa che voglio dire con grande sincerità e chiarezza: non c'è nessuna giustificazione all'abbandono. Quante volte mi sono sentito dire che per situazioni gravi, magari di salute anche di una persona, non era più possibile tenere l'animale… Io dico solo che in una famiglia di otto persone come era la mia, nonostante tutti i problemi che abbiamo vissuto, nessuno di noi mai ha mai pensato a separarsi dai cani e gatti che erano parte integrante del nostro nucleo. No, non c'è giustificazione all'abbandono.

Realtà come la tua non sono riconosciute, giusto?

No, ufficialmente no. Nel senso che io non prendo un euro da alcun ente pubblico ma siamo in piedi grazie alle donazioni private che si possono fare anche con l'attribuzione del 5×1000 e alla mia pensione sociale. In realtà luoghi come la mia piccola oasi ed altri che esistono in tutta Italia, soprattutto al centro sud, tolgono le castagne dal fuoco a chi di dovere. Intendo dire che per chi opera in correttezza e trasparenza spazi come il mio consentono alle istituzioni di non caricarsi di troppi animali nei canili pubblici e allo stesso tempo, dal mio punto di vista e cosa ben più importante, consentono una vita dignitosa ai cani senza famiglia.

L'attuale normativa sui canili è vetusta e si preoccupa solo, dal punto di vista del benessere animale, dello spazio a livello di metri quadri dei box, per fare un esempio. Box che poi sono delle gabbie di cemento in luoghi dove i cani non toccano mai la terra e non sgambano e sono privati sistematicamente della loro libertà.

Ecco, io penso che i piccoli rifugi, secondo ovviamente delle normative che regolino e stabiliscano elementi legati al benessere degli animali che vanno rispettati, dovrebbero essere riconosciuti e tutelati.

Delle tante storie di adozione e abbandono che hai vissuto, puoi raccontarcene alcune?

Penso a chi è adesso con me da molti anni. Lì in fondo (dice indicando un'area del rifugio ndr) c'è il gruppo dei "corsomaltesi". Li chiamo così perché vengono da una zona di Napoli, il corso Malta, dove furono recuperati dalla signora Margherita, una preside in pensione scomparsa da poco: una donna di rara sensibilità che comprese che quel gruppo di quattro cuccioli senza mamma non poteva proprio più rimanere in strada. Ecco, quello è un bell'esempio di intervento necessario, perché quando dei cani hanno problemi a rimanere in libertà vanno supportati. Siamo riusciti a far adottare Ranocchia, una delle femminucce, ad un'altra persona fantastica insieme alla sua famiglia che avevano già preso da noi Max, un trovatello che ho ospitato. Ranocchia e Max vivono sereni adesso in casa mentre Botolocchio, Grosso e Orsetta che hanno una personalità diffidente verso gli umani sono rimasti con me e convivono con Rock&Roll, uno splendido mix Pitbull di nove anni e Wolf, un meticcio che è rimasto qui al rifugio dopo che la persona di riferimento si è trasferito all'estero. Già solo nel racconto dei "cortomaltesi" ci sono, come si può notare, storie di abbandono, ritrovamenti e adozioni che si innestano l'una nell'altra.

Penso anche ad Hiro, un Pastore tedesco di pura razza abbandonato dalle persone di riferimento perché aveva il comportamento ossessivo compulsivo di rincorrersi la coda. Grazie al supporto costante di un'istruttrice cinofila che lo segue da anni e veterinari esperti in comportamento, da quando è al rifugio ha nettamente diminuito questa stereotipia e anche lui convive serenamente in una zona del rifugio in compagnia di Luna, una pastorona che sta con me da dodici anni, e Cipria una meticcia anche lei ritrovata da cucciola sul territorio.

Se poi vado ancora più indietro indietro nel tempo e penso ad adozioni simboliche, ci sono anche quelle che hanno fatto Maurizio Costanzo e Maria De Filippi e recentemente Selvaggia Lucarelli. I primi due scoprirono l'esistenza di Fortunato, un cane che non dimenticherò mai. La seconda invece ha adottato una gatta che era rimasta da sola in un appartamento dopo che la persona di riferimento era morta.

Qual è la storia di Fortunato?

Erano gli anni 80 e fui chiamato da alcune persone per la segnalazione di un cane ridotto in fin di vita e gettato in un cassonetto. Fu recuperato e portato in una clinica dove notte e giorno ci dedicammo al suo recupero: era stato preso a vangate e aveva dei proiettili conficcati in tutto il corpo. Mi rivolsi ai giornali per far conoscere la sua storia, per renderlo un esempio del livello di violenza che un essere umano poteva mettere in atto nei confronti di un animale. La storia arrivò alle orecchie di Costanzo e De Fillippi, fui contattato dall'assistente di quest'ultima e i due decisero di adottarlo. Insomma, il nome Fortunato fu in tutto e per tutto adatto a quel meraviglioso Pastore tedesco.

Ci sono ora cani che cercano adozione nel tuo rifugio?

Oggi io vivo insieme a circa 40 cani. Tanti sono anziani e li considero parte della mia famiglia o io della loro. Ci sono però due cagnette in particolare che meritano di trovare una persona di riferimento e che vivrebbero meglio in una casa vera e propria.

Una si chiama "Simba delle Vele" perché viene proprio da quel quartiere di Napoli. Con l'abbattimento delle strutture deciso dal Comune di Napoli è arrivata qui una mix Malinois dalla taglia contenuta che la famiglia non poteva portare con sé nella nuova abitazione. E' ancora con me e fa parte di un altro gruppetto di cani che vivono insieme in un'area dell'oasi. Simba ha tutte le caratteristiche per essere portata a casa ed è anche seguita dalle educatrici del centro cinofilo ‘Oiccan che si è aperto da poco qui proprio accanto al rifugio.

La stessa cosa vale per Penelope che ho recuperato proprio in strada dopo un incontro fortuito. Vagava spaesata in una via a scorrimento veloce poco distante dal rifugio e credo sia scappata da una casa. Nonostante gli appelli e le condivisioni nessuno mai l'ha reclamata ed è inutile sottolineare che non aveva microchip: ancora ci sono tanti cani non iscritti all'anagrafe canina. Penelope è fantastica: simpatica, allegra e piena di vita e come Simba aspetta solo la persona giusta per salutarci definitivamente.

Diana Letizia

Rassegna scartata

Perché siamo qui, perché abbiamo scelto questi contenuti

Gli argomenti che avete appena letto non sono stati selezionati per raccontare “cose importanti”, ma per mettere in tensione ciò che normalmente viene separato: il corpo e il giudizio pubblico, il lavoro e la sua esposizione alla morte, le generazioni come convivenza instabile, l’impegno individuale come forma di durata, e infine ciò che resta ai bordi del flusso informativo.

In ognuno di questi temi c’è un elemento comune: la produzione di visibilità e invisibilità. Madonna diventa il bersaglio di un discorso sull’età che dice molto più dei suoi concerti; le morti nel lavoro migrante riportano alla superficie un sistema che funziona proprio perché resta in parte fuori campo; le generazioni non si succedono più, ma si sovrappongono in attrito continuo; le storie come quella di Luigi mostrano una dimensione del sociale che non fa rumore ma costruisce continuità.

SCARTA nasce per leggere queste connessioni laterali, dove l’attualità non è somma di eventi ma rete di frizioni. Anche la rassegna finale esiste per questo: riportare dentro il campo visivo ciò che normalmente resta fuori fuoco.

Rassegna scartata

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